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L'AMBASCIATRICE DEI DRAGHI
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PER UN SERVIZIO SOCIALE DELLA GIUSTIZIA UMANO AUTONOMO E CREATIVO


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*Il prezzo si intende IVA inclusa

Descrizione

In questo saggio l’autore si chiede se il carcere possa essere considerato un ambiente di sostegno in cui poter riconoscere e accettare il dramma della sofferenza umana del recluso. La risposta non può che essere negativa, dato che il carcere, nonostante la riforma del 1975, continua a rimanere un’istituzione totale e violenta. Infatti nel supplizio moderno il recluso è ancora un corpo negato, cui vengono tolti gli affetti, i sentimenti, l’intimità, il pianto, il riso, la contemplazione del sole, della luna e delle stelle. La negazione dello spazio affettivo, umano ed ecologico, getta il recluso nel mare profondo del dolore. Tutto qeusto ci deve indurre a prendere coscienza della necessità di una riforma penale, basata sui principi del diritto penale minimo diretta a punire il meno possibile, deve farci credere nella speranza di una comunità futura senza carcere e senza carcerieri e deve spingerci a ricercare un’idea di giustizia che non sia violenta, ma che sappia conciliare la legge con la socialità, gli affetti, con il dono e con il perdono. Di qui nasce la necessità di ripensare il ruolo dei servizi sociali e dell’assistenete sociale della giustizia, non partendo da un linguaggio tecnico funzionalista , ma da un linguaggio basato sul fare creativo. Pensiamo - scrive l’autore - che i compiti di un servizio sociale umano e di un assistente sociale buono siano quelli di instaurare una sincera e autentica relazione di aiuto per mezzo della quale sostenere, dal punto di vista personale e strutturale, i reclusi e il loro ambiente familiare; di promuovere iniziative culturali e politiche dirette alla trasformazione del sistema giudiziario, sulla base del diritto penale minimo; di smascherare l’inutilità, l’ottusità e il sadismo dell’istituzione carceraria, dato che i programmi rieducativi e riabilitativi hanno fatto fiasco; d’intervenire nella comunità e aiutarne la nascita, lo sviluppo e il cambiamento. L’assistente sociale della giustizia, scive ancora l’autore, può acquisire la funzione di un senso non nel doppio compito di aiutio-controllo (che facendogli assumere le sembianze di un “sorvegliante-compagno gli impedisce la possibilità di instaurare una sincera e autentica realzione di aiuto solo se riesce a considerare se stesso come una sorta di "cestino umano" al quale i reclusi, per verificarne la solidità, la sensibilità e l’attendibilità, affidano le loro uova.




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